HOME arrow CRITICHE E RECENSIONI arrow Paolo Filippi e la scultura: la forza della libertà oltre l’acciaio e il bronzo 20 marzo 2019  
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Paolo Filippi e la scultura: la forza della libertà oltre l’acciaio e il bronzo Stampa E-mail
Scritto da di Cristina Olivieri (ottobre 2007)   
Il metallo per Paolo Filippi è vita quotidiana, è amore e vocazione, materiale privilegiato per le sue creazioni. Comincia a lavorarlo a 18 anni e sviluppa una grande capacità e una tecnica ricercata per “piegare” l’acciaio e renderlo pian piano materia artistica. Studia e approfondisce le varie fasi con cui poter realizzare i suoi lavori. Dal 64’ porta avanti la sua passione fino ad arrivare a scoprire anche la possibilità di utilizzare i dadi.

I dadi, piccoli elementi modulari da unire come le catene del dna dell’uomo, sono elementi con cui Filippi ama confrontarsi. Fa combaciare per mezzo della saldatura i loro lati, a comporre una rete fitta e omogenea che appare alleggerita dal contrasto del pieno-vuoto, donando all’insieme delle sue composizioni tridimensionali un idea di vulnerabilità, rendendo più umana e più vera ogni opera.

Nella materia così composta è possibile entrare nel profondo, raggiungerne l’anima, contrariamente a ciò che una scultura realizzata con tecniche tradizionali può trasmettere al prima impatto. Le opere di Filippi tanto statiche per il loro stesso peso, diventano soggetti in movimento, oggetti dei quali l’osservatore può costatarne la dinamicità, il movimento ricercato per mezzo di una tecnica di assemblamento, paziente, “certosina”.

Tempo e dedizione infatti richiedono le sue sculture oltre a un’innata dote e capacità di saper lavorare i metalli pesanti, coltivata dall’artista dal 1964 in anni e anni di lavoro appassionato.
Grazie a questa nuova e originale tecnica realizza “Blues” (1994), un chitarrista nato dalla saldatura di migliaia di dadi in ferro zincato, che rimanda a una delle sue grandi passioni: la musica.

Allo stesso periodo appartiene “Silicone” il busto di una donna, bella e artificiale con i seni prorompenti, la chioma folta di capelli lunghi e i fianchi modellati. In questo caso la materia usata, il reticolato di dadi in acciaio inox e bronzo riportato rimanda al concetto dell’opera: una donna troppo bella, il cui splendore emerge dai riflessi delle sue forme fatte di una materia lucida, fredda come l’acciaio.

Nel percorso artistico di Filippi non manca la ricerca di matrice classica. Con la fusione a cera persa
realizza il mezzo busto dal titolo “Mio padre”( 1995). Un chiaro omaggio alla famiglia, a un padre che lascia “la strada anche ai nemici”, un uomo buono e dai sani valori nel quale senz’altro rivede anche se stesso.
Un altro punto fermo nella sua vita è il lavoro ed è a questo “tema” che Filippi pensa nel realizzare “Riposo” (1994). Si tratta di una scultura in ferro che rappresenta un paio di scarpe da lavoro appoggiate l’una sull’altra, soggetto che poi riprodurrà anche nel 2006 con la tecnica della fusione. Le scarpe come metafora dell’uomo in un momento di tregua dalle fatiche quotidiane.

Scivola idealmente sulla pista, con movimenti armonici e leggeri, la pattinatrice simbolicamente riprodotta nell’essenziale corsa di un paio di gambe affusolate che calzano i pattini da gara. “Vai” (1995) rappresenta la corsa di ogni individuo, la sana competizione della vita, gli anni della gioventù.
Le opere di Filippi sprigionano forza, sono spesso il simbolo di una grande forza interiore, di illuminazioni profonde, come il “Toro” (1996) dotato di una resistenza e di una pazienza straordinarie. I materiali usati sono lamiere, dadi in acciaio inox, bronzo. Un tema che ritorna nella scultura “Rinoceronte” (2000) un animale massiccio di dimensione e di peso, dopo l’elefante, il più grande mammifero esistente sulla terraferma. In questa composizione prevale il contrasto, netto, voluto tra la lucentezza dell’acciaio e le superfici scure, massicce del bronzo.

La continuità dei soggetti raffigurati si fa strada quando l’artista con la fusione realizza in bronzo la “Testa di cavallo” (1997). Insieme al toro ed al serpente, il cavallo è l’animale principe dei Bestiari, propri dell’arte scultorea e figurativa. Nell’immaginario collettivo è simbolo di libertà senza confini e senza limiti: la sua corsa affascina per la sua misteriosa alchimia di armonia e di forza che induce nel cavaliere l’esperienza di sentirsi tutt’uno col magnifico animale.

In una autobiografia si parla sempre degli amici, così Paolo Filippi fa nel suo percorso artistico quando, rende omaggio a “L’amico Fabrizio alle corse dei cavalli” (1997), i cui tratti sono rigorosamente delineati per mezzo di lamiere in acciaio inox e bronzo.
Nel ’98 l’artista lavora a una “scultura concettuale” di grandi dimensioni: “Prigionieri del tempo” ( bronzo a cera persa e acciaio inox l.148 – p.148 – h 246 cm). Si tratta di un grande orologio da polso che nel quadrante vede raffigurati in bassorilievo tra gli ingranaggi un volto umano e una catena. L’autore esprime il proprio stato d’animo attraverso la visione di un oggetto con attributi non comuni ad esso attraverso il concetto poetico del correlativo oggettivo ( lo stesso elaborato nel 1919 da Thomas Stearns Eliot), in quanto anche i concetti e i sentimenti più astratti trovano la loro espressione (si "correlano") in un oggetto ben definito e concreto.

Un’opera che vuole proporre un diverso approccio alla rappresentazione del pensato e che fa intendere la scultura stessa come produttrice non più di oggetti artistici ma di “oggettivi”: veri e propri concetti che, per usare una espressione di Meinong,“consistono invece di esistere” la cui forma, in questa installazione, rappresenta una vera e propria “lente”, per leggere e decodificare realtà nuove, diverse da quella che ci raffiguriamo ogni giorno.
Per questo l’autore, è da sempre convinto che l’arte, essenzialmente produttrice di conoscenza e quindi di concetti, risulta decodificabile in maniera sistematica con un percorso filosofico oltre che artistico.

Di altra natura è la scultura "Omaggio a De Chirico" datata ’98 realizzata in lamiere e dadi in acciaio inox e bronzo. Un semplice ma non casuale tributo al grande pittore e scenografo italiano, principale esponente della corrente artistica della pittura metafisica.

Paolo Filippi è essenzialmente uno scultore, ma nel misurarsi con la pittura e la bidimensione ( lo fa soprattutto in questi ultimi anni) trova ispirazione proprio nella pittura metafisica e concettuale. Lo testimoniano molte delle sue tele, anche se in pittura ama raffigurare con forme quasi stilizzate anche i paesaggi tipici della Grecia, in cui prevalgono il bianco e l’azzurro, smorzati dalle tonalità pastello, che diversificano il suo stile rispetto alla scultura dai tratti forti e dominanti.

Non manca il potere celebrato dalle gesta di "Faraone 2000", il mezzo busto di un faraone dai lineamenti di un uomo contemporaneo con i baffi, un autoritratto in cui l’autore con non celata ironia veste la maschera dorata di un principe egiziano.
La grande scultura “concettuale”, "III° Millennio" realizzata in acciaio inox, bronzo e marmo nero del Belgio è del 2000-2001: una grande mano che tiene stretto nel suo pugno un metro estensibile, ancora un richiamo all’ineluttabile scorrere del tempo.

Nel 2006 Filippi crea una originale esemplificazione del cielo- terra -mare, che chiama i "Tre elementi". particolarmente affascinato da questa sua creazione, una chiocciola dalla testa di uccello, il corpo di lumaca e la coda di un pesce ne realizza tre versioni: una in lamiera di bronzo e acciaio inox, l’altra con la fusione a cera persa in bronzo e infine un esemplare in marmo nero del Belgio e onice.

E ancora un omaggio alla musica, quella di Andrea Bocelli. Nasce “La musica di Andrea” (2006) un bassorilievo in bronzo che raffigura il volto del grande tenore, sorretto da un altrettanto imponente nota musicale.
Ultima tra le più rappresentative la scultura “Libertà” realizzata con un lavoro certosino a cavallo di un millennio, tra il 1999 al 2007.

La “Libertà” di Paolo Filippi è una straordinaria Harley Davidson, riprodotta a grandezza naturale utilizzando 50213 dadi in acciaio inox. Dadi che sono stati saldati uno ad uno per comporre la grandiosa scultura. Una moto bassa, larga, cruda ed essenziale, di un’eleganza assoluta. Un Simbolo di gioventù, libertà, coraggio, anticonformismo. Plasmato da un lavoro paziente, di 283 chilogrammi di peso, fatto di un osmotico incastrasi e sovrapporsi di piccolissimi dadi. Quasi fosse un puzzle planetario.

Poi l’inevitabile folgorazione, quasi 7 anni dopo. Paolo Filippi decide di completare la sua opera e donargli il suo ideale conducente: l’uomo. Un uomo con la sua giacca di pelle nera, corporatura robusta, baffi, basette, occhiali a specchio, capello cowboy, che oggi posa alla guida del mezzo con i piedi ben saldi sui pedali e le mani che afferrano la presa del manubrio. Sguardo fiero verso l’orizzonte.
Un modello in metallo vivo, definito e perfezionato in ogni dettaglio, dall’orologio al polso, ai grandi anelli nella mano destra, all’orecchino, fino ai bottoni della giacca e le pieghe dei pantaloni in pelle che rimandano a un iperrealismo voluto dall’artista ed estremizzato.

La moto come sinonimo di movimento poiché nessuna forma d’arte, più della danza, si esprime attraverso il movimento. Nessuna scultura, più di quella barocca di Gian Lorenzo Bernini, ha come protagonista assoluto il movimento.
Un movimento trovato oggi contrapponendo lo stesso concetto alla staticità della materia, eterna e indistruttibile come l’acciaio, che rende la sua grande scultura una creazione immortale, in grado di sfidare il tempo e la disgregazione della vita.

 
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